Ci sono posti in cui vai per divertirti.
Posti in cui vai per lavorare.
E poi ci sono posti come il PalaFlorio, dove vai a scoprire se tutti quei mesi passati a sudare su un tatami sono serviti a qualcosa oppure se hai semplicemente finanziato l’industria dei detersivi per kimoni.
Per arrivarci bisogna prima sopravvivere alla sveglia delle cinque del mattino. Fuori piove che sembra che qualcuno, da lassù, abbia deciso di lavare la Basilicata a mano. Il giorno prima a Bari, aveva piovuto pure lì. A un certo punto il dubbio viene: magari non è maltempo, magari ci stanno seguendo.
Si parte da Potenza sotto il diluvio, con il sonno ancora attaccato alla faccia e quella strana miscela di tensione e incoscienza che accompagna ogni trasferta sportiva.
La playlist del viaggio di andata la sceglie Bartolo. Una responsabilità enorme, quasi quanto quella di decidere chi mandare sul tatami. In macchina si ride, si scherza, si cerca di alleggerire la tensione.
Ai semafori, poi, parte il solito capolavoro di maturità umana: «Vai, vai, è verde!».
Bartolo deve credere per qualche frazione di secondo che il semaforo sia diventato verde per intervento divino. Naturalmente è uno scherzo. Il codice della strada è salvo, e anche noi.
Oltre 500 iscritti. Sei aree di gara. Un numero imprecisato di articolazioni sottoposte a trattamenti che il Servizio sanitario nazionale preferirebbe non conoscere.
È una competizione nazionale di Brazilian Jiu-Jitsu, nell’ambito dell’attività FIJLKAM, valida per il ranking UJJ. Tradotto per chi non frequenta questo pianeta: un posto in cui persone apparentemente normali si vestono con un pigiama resistente, si stringono la mano e poi cercano di convincersi a vicenda che respirare sia un optional. E cercano di piegare gli abiti del proprio avversario, con lui dentro.
E noi siamo qui.
Ci siamo…entusiasmo, tensione e la certezza che qualcuno, prima della fine della giornata, pronuncerà la frase «la prossima volta mi preparo meglio».
Una squadra. Un progetto. Una famiglia sportiva.
Che è un modo elegante per dire che, quando qualcuno perde, gli altri gli vogliono bene lo stesso, ma per almeno venti minuti nessuno gli parla dei suoi errori in guardia aperta.
Il risveglio è traumatico
La giornata parte con Antonio Scavone e Luigi Peluso eliminati al primo turno.
Non è esattamente l’inizio che avevamo immaginato.
Il cervello, in questi casi, prova immediatamente a negoziare con la realtà.
Magari l’avversario era particolarmente forte.
Magari oggi non era la giornata giusta.
Magari il cervello sta cercando di salvarti la giornata con una di quelle spiegazioni che funzionano per cinque minuti e poi si sbriciolano.
Poi arriva la realtà, che non è famosa per la sua sensibilità: il tabellone non si commuove. Il torneo va avanti. Il prossimo incontro è già pronto.
Peluso non riesce a replicare la prestazione del mese precedente in Sardegna. Scavone, invece, continua a mettersi in gioco e porta a casa due bronzi nelle altre prove. Sa che ha messo in tasca un’altra esperienza, di quelle che sul momento magari non fanno festa, ma prima o poi tornano utili.
Perché lo sport ha questa cosa abbastanza crudele: non ti garantisce una storia bella. Ti consegna quello che succede e poi sta a te decidere cosa farne.
E a volte la storia comincia proprio quando smetti di cercare una scusa.
A un certo punto il medagliere smette di essere un elenco di nomi e diventa una specie di bollettino di guerra, solo con più cerimonie di premiazione e meno possibilità di dover dare spiegazioni.
Monica Grippo conquista due ori e un bronzo. Tre medaglie, tre motivi per essere soddisfatti e probabilmente un quarto motivo per cui qualcuno, in palestra, dovrà ascoltare il racconto degli incontri per tutta la settimana.
Gerardo Salvato, Zaira Barbarino e Simone De Carlo chiudono ciascuno con due ori. Non uno. Due.
Gerardo brilla più di un ricambio cromato e metallizzato comprato da Arvauto. Una luce che, a quel punto, potrebbe tranquillamente essere segnalata alla Motorizzazione.
Simone De Carlo, invece, è uno di quelli che si allenano con una specie di accanimento metodico. Ripete gli esercizi, ripete le tecniche, le rifà ancora. Perché nella sua testa evidentemente esiste un ufficio interno che non timbra mai l’uscita e continua a lavorare anche quando gli altri hanno già messo via il kimono. Prima o poi, tutto quel lavoro deve pur uscire da qualche parte. E al PalaFlorio è uscito.
Zaira Barbarino è forte. Molto forte. Ma la competizione, per lei, non è necessariamente il centro dell’universo. Non ha bisogno di trasformare ogni gara in una questione di vita o di morte: le basta provarci, dare quello che ha in allenamento e sapere di aver fatto le cose per bene. Sono contento di averla incoraggiata con un video di lei da piccolina…Perché qualche volta bisogna anche convincere le persone a fare una cosa che magari non sentono come indispensabile, ma che può regalare loro qualcosa di bello.
Simone Fabrizio aggiunge un oro e un bronzo. Antonio Carriero, Anderson Rita, Francesco Giampetruzzi e Amalia Caputo salgono sul gradino più alto del podio.
Vincenzo Sileo porta a casa un oro e un argento. Ma la sua giornata non si misura soltanto con i metalli appesi al collo. Vincenzo è uno di quelli che devono combattere anche contro l’emozione, quella bestia invisibile che non compare sul tabellone e non ha un peso ufficiale, ma quando ti entra in testa può essere più difficile da affrontare dell’avversario che hai davanti.
E lui quella battaglia la vince. Vince contro l’emozione, entra in gara e porta a casa un oro e un argento. A volte il risultato più importante è proprio quello che non si vede da fuori.
Michele Sinisi, Michele Codella e Adriano Bove conquistano un argento ciascuno. Davide Mecca mette insieme due bronzi, mentre Antonio Carlucci ed Emanuele Marciello ne aggiungono uno a testa.
Giuseppe Cirelli disputa una buona prova senza riuscire a salire sul podio.
E questa è forse la parte che nei resoconti sportivi finisce sempre troppo in fretta: non tutti tornano con una medaglia. Ma tutti sono entrati in gara. Tutti hanno affrontato qualcuno che voleva vincere esattamente quanto loro. E tutti, prima o poi, hanno dovuto fare i conti con quella voce nella testa che suggerisce di fermarsi.
La differenza non è sempre tra chi vince e chi perde.
A volte è tra chi decide di provarci e chi resta a immaginare come sarebbe andata.

Poi ci sono i momenti che non entrano nelle classifiche.
A un certo punto mi ritrovo vicino alle transenne, con Antonio il Dott e Ilaria. Li guardo e vedo quella piccola lucina negli occhi.
È difficile da spiegare senza sembrare uno che ha appena iniziato a scrivere poesie dopo due bicchieri di troppo. Ma è lì.
È felicità. È partecipazione. È il desiderio che tutto vada bene per quei ragazzi, perché sai quanto hanno lavorato e quanto ci tengono. Non sei tu a combattere, eppure ti ritrovi a trattenere il fiato come se sul tatami ci fossi finito per sbaglio anche tu.
E in quel momento capisci che non stai guardando soltanto una competizione.
Stai guardando un pezzo di vita delle persone a cui vuoi bene.
Poi, certo, la vita continua a essere quella cosa un po’ stronza che è. Qualcuno vince, qualcuno perde, qualcuno si arrabbia, qualcuno sorride. Ma quella lucina rimane, e forse è proprio lei il motivo per cui vale la pena svegliarsi alle cinque, attraversare la Basilicata sotto il diluvio e passare una giornata intera in un palazzetto a guardare gente che prova a strangolarsi rispettando il regolamento.
Facciamo i conti, perché almeno quelli non hanno bisogno di recupero attivo.
25 medaglie. Quattordici ori, quattro argenti e sette bronzi.
Un bottino importante.
Ma il medagliere racconta soltanto una parte della storia. Non racconta i chilometri per arrivare al palazzetto. Non racconta le sveglie, gli allenamenti, i chili da perdere, le giornate in cui il corpo dice basta e la testa risponde che deve ancora finire una ripetizione.
Non racconta nemmeno il momento in cui perdi e devi sederti da qualche parte, guardare il pavimento e convincerti che non hai buttato via tutto.
Le medaglie fanno rumore quando le appoggi sul tavolo. Il lavoro che le ha prodotte, invece, quasi sempre no.
Alla fine resta il tatami
Il PalaFlorio, a fine giornata, è ancora lì. I tatami iniziano ad essere smantellati. Gli avversari sono tornati a essere persone. Le vittorie cominciano già a diventare ricordi e le sconfitte, se sei abbastanza fortunato, cominciano a trasformarsi in qualcosa che puoi usare.
Il Budo Clan torna a casa con 26 medaglie e con una giornata che non è stata perfetta, e proprio per questo vale la pena raccontarla.
Perché non è una favola in cui tutti vincono e la musica parte al momento giusto.
È una storia di persone che si preparano, si mettono in gioco, qualche volta cadono al primo turno e qualche volta salgono sul podio due volte nello stesso giorno.
È una storia di sveglie all’alba, playlist discutibili, pioggia, battute sceme ai semafori, tensione, abbracci e quella lucina negli occhi che ogni tanto ti ricorda perché continui a farlo.
Poi si torna in palestra.
Si risale sul tatami.
Si ricomincia.
Che, a pensarci bene, è la parte più difficile di tutte.

