Ci sono soddisfazioni che si vedono.
E poi ci sono quelle che non si vedono.
Quelle che si vedono stanno in una foto.
Le medaglie di Gerardo Salvato.
Lucide, definitive, quasi troppo ordinate per raccontare quello che c’è dietro.
Campione Italiano di Brazilian Jiu Jitsu, categoria Juvenile -70 kg, GI e NoGI.
Jesolo, tre giorni di gara, 1800 iscritti. Categorie piene, livello alto dall’inizio alla fine.

Gerardo è uno di quei ragazzi arrivati in palestra quasi per caso. Curiosità, all’inizio. Poi presenza. Poi costanza.
Non è stato un percorso sempre lineare. Non sempre sereno.
Ci sono stati momenti in cui allenarsi non era una certezza, ma una scelta da rifare ogni volta.
Eppure, in poco tempo, ha fatto tutto quello che poteva fare: allenarsi, gareggiare, mettersi alla prova ogni volta che il calendario lo chiedeva.
Questo risultato non è un’esplosione. È una conseguenza.
Coerente con un obiettivo preciso che ci eravamo dati nelle riunioni tra istruttori dell’Accademia, per il BJJ: costruire basi solide sulle fasce giovanili.
Perché il senso era questo.
Far crescere un gruppo tecnico e umano partendo dai più giovani, sapendo che il resto — le cinture più alte, gli atleti più maturi — sarebbe arrivato come naturale evoluzione del lavoro fatto prima.
E oggi questo inizia a vedersi.
Poi ci sono le soddisfazioni che non si vedono.
Quelle di Davide Mecca, per esempio.
Quattro match, tre vittorie, una categoria con 38 atleti. Nessuna medaglia.

Eppure c’è tutto.
C’è il livello, la tenuta, la capacità di restare dentro a contesti dove ogni errore pesa.
Nel BJJ succede spesso che il risultato finale non racconti tutto quello che è stato costruito prima.
E poi c’è Domenico Colucci.
Non compare nella foto semplicemente perché, nel momento in cui è stata scattata, non era presente al momento dell’assetto del gruppo.
Ma ha gareggiato comunque, nonostante non si fosse ancora pienamente ripreso da un infortunio.
Questo campionato era dei migliori d’Italia.
1800 iscritti, tre giorni di incontri, categorie piene e livello altissimo ovunque.
E in mezzo a tutto questo resta un paradosso che forse dall’esterno non si vede bene.

Sembra che facciamo tante gare, forse anche troppe.
Ma il punto non è dimostrare qualcosa a qualcuno, non è quello il motivo.
Noi non ci alleniamo nelle arti marziali per fare le gare. Facciamo le gare per imparare meglio le arti marziali.
È questo il senso, anche se può sembrare il contrario guardando la quantità di eventi a cui partecipiamo.
Le gare sono uno strumento, non un obiettivo.
Servono a portare fuori quello che in palestra resta controllato.
Servono a mettere alla prova la didattica, il metodo, le decisioni sotto pressione.
E forse è per questo che oggi si torna da Jesolo con qualcosa che non entra subito nelle foto.
Ma resta.
Più consapevolezza.
Più direzione.
Più lavoro davanti.
