Ci sono persone che nello sport non entrano: ci si tuffano dentro come in un fiume in piena, pronti a farsi trascinare, graffiare, trasformare.
Serena è una di quelle.
Non l’ho mai vista cercare scorciatoie. La osservavo allenarsi, crescere, cambiare disciplina come si cambia arma in una guerra lunga: Kickboxing, Sanda, BJJ, Kung Fu… e ogni volta la faceva sua.
In gara saliva con quel misto di ansia travestita da calma e furia che hanno solo gli atleti veri. Sempre sul podio. In Italia, all’estero. In azzurro, dal China Trophy ad Atlanta, a rappresentare qualcosa più grande di lei ma con la naturalezza di chi sa di meritarselo.

E mentre la vedevo diventare atleta, senza quasi accorgermene la vedevo diventare anche altro: una professionista completa.
Allenatrice.
Responsabile di settore.
Direttrice dell’accademia e degli eventi.
Una che quando c’è da fare, fa. Quando c’è da combattere, combatte.
Sempre dentro il sociale, dentro le battaglie impopolari, quelle che non finiscono sui giornali ma che ti segnano dentro, e se sai guardarti allo specchio, ti insegnano anche a vedere il mondo da un’altra prospettiva.

Non è un dettaglio che sia una delle pochissime lucane sedute nel Consiglio Federale di una Federazione Sportiva Nazionale.
Queste cose non capitano: si costruiscono, centimetro dopo centimetro.

E poi — come in ogni storia che si rispetti — c’è Bartolo.
Lui è l’altra faccia della medaglia. Quella vissuta, divertente e assurda che rende lo sport qualcosa di umano.
Le sue avventure sono romanzi brevi da raccontare sottovoce, ridendo.
Denti saltati in momenti ormai epici.
Atleti portati a fare bagordi degni di un’antropologia parallela.
Notti passate sui balconi, al freddo o come para spifferi, scherzi e risate oltre al sudore.
E poi quel cibo surgelato servito crudo, non cotto, spacciato con la disinvoltura di uno chef stellato — e incredibilmente mangiato da tutti.

Con Bartolo succedeva anche questo: la realtà diventava aneddoto prima ancora di finire.
E fra tutti questi racconti il suo incontro in gara con Giorgio Pasotti, quando Pasotti era uno dei più bravi d’Italia.
Uno di quelli che si ricordano negli anni.
Poi è arrivato il destino, che ogni tanto gioca a dadi e quando ha dovuto scegliere a chi la bellezza e a chi la fama, ha distribuito bellezza e successo tutte a Pasotti, e a Bartolo ha lasciato una vita così piena di storie che riempirebbero tre libri.
Le carriere di Serena e Bartolo non si somigliano apparentemente ma fanno parte della stessa mappa, quella che ti porta — se non ti arrendi — a ottenere ciò che meriti davvero.
E infatti questo venerdì riceveranno la Stella al Merito Sportivo.
Un simbolo.
Ma anche un certificato di verità: tutto ciò che hanno vissuto, costruito, sopportato, inventato, valeva la pena.
A volte la vita ti premia non perché sei stato perfetto, ma perché hai attraversato tutto.
E loro due lo hanno attraversato davvero.
Questa stella non scende dal cielo.
L’hanno forgiata loro, con la forza, la dedizione, l’ironia e quella ostinazione che solo chi ama lo sport più della comodità può capire.
E brilla.
Brilla perché è fatta della loro storia.
E delle storie, quando sono vere, non serve nemmeno lucidarle: illuminano da sole.


bartolotelesca70@gmail.com