Ci sono vittorie che si misurano con una medaglia.
E poi ci sono vittorie che ti cambiano.
La medaglia conquistata da Marco Rafaniello alla WAKO World Cup è una di quelle che appartengono alla seconda categoria. È una medaglia che pesa più del metallo di cui è fatta, perché dentro ci sono anni di allenamenti, amicizia, ironia, cadute, risate, sfide e, soprattutto, una trasformazione reciproca.

Marco una volta mi disse:
“Da quando faccio arti marziali mi è cambiata la vita.”
La verità è che, da quando Marco è entrato nella nostra Accademia, è lui ad aver cambiato la vita a noi.
Quando incontri persone come Marco – e come Francesco, detto Franco, e tanti altri amici con le loro disabilità grandi o piccole – capisci che l’Accademia non è solo una palestra. È un luogo dove lo sport diventa casa. Dove chi entra trova uno spazio per esprimersi, allenarsi, ridere, crescere e sentirsi parte di qualcosa.
Ma non è solo questo.
Ogni giorno, in quell’ambiente, ognuno di noi combatte la propria battaglia. E spesso pensiamo di essere noi gli insegnanti, quelli che devono trasmettere tecnica, disciplina e valori.
Poi arrivano persone come Marco.

E capisci che sono loro a insegnare qualcosa a te.
Perché da loro impari davvero cosa significa che i limiti, spesso, non esistono.
Esistono differenze. Esistono diversità. Ma nel momento in cui impari ad accettarle, solo allora puoi davvero tutelarle e valorizzarle.
E lo sport, in fondo, non dovrebbe fare proprio questo?
Le arti marziali sono uno strumento di sviluppo.
Sono uno strumento di evoluzione personale.
Ci cambiano. E a volte ci cambiano grazie agli incontri che facciamo.
Conoscere Marco è stato uno di quei cambiamenti.
Esiste davvero un prima e un dopo Marco Rafaniello.
Perché Marco ti insegna a vedere oltre.
E questo gioco di parole non è casuale. L’ho scelto apposta.
Perché sono convinto che Marco, con l’ironia che lo contraddistingue, capirebbe perfettamente il senso di questa frase. Lui che è non vedente, ma che spesso riesce a vedere più lontano di molti altri.
E lo fa anche con un’arma speciale: la sua ironia.
Un’ironia pungente, a volte quasi cattiva, capace di rompere quel muro di soggezione che spesso le persone impreparate alla disabilità costruiscono senza volerlo.
Marco scherza, provoca, prende in giro. E nel farlo ci ha insegnato una cosa fondamentale: la normalità.
Si scherza sulla disabilità come si scherza tra amici, tra fratelli, tra compagni di squadra.
La presa in giro diventa un modo per dire: siamo tutti parte dello stesso gruppo.
Ed è proprio questo lo spirito dell’Accademia.
Un luogo serio, ma anche pieno di quella sana demenzialità che rende una squadra una famiglia.

Per questo la medaglia conquistata da Marco non è solo una medaglia.
È una vittoria contro gli stereotipi.
È una vittoria per l’inclusione.
È una vittoria contro quei pregiudizi che ancora oggi, a volte, sopravvivono nello sport.
Quando Marco mi chiese:
“Posso fare anche kickboxing?”
La risposta fu immediata.
Perché no?
Marco praticava già Brazilian Jiu-Jitsu. Ma vietargli la kickboxing avrebbe significato porre un limite che, in realtà, non aveva motivo di esistere.
È stata una sfida.
Una sfida accolta da tutti i tecnici dell’Accademia.

In particolare da Bartolo Telesca, il tecnico che ha scelto di qualificarsi specificamente per questo tipo di attività, frequentando il corso federale dedicato e studiando per poter seguire al meglio gli atleti con disabilità. Con passione e dedizione ha accompagnato Marco in questo percorso, contribuendo in modo decisivo alla sua crescita sportiva.
Ma questa storia inizia ancora prima.
Inizia grazie a Martino, che per primo portò Marco in palestra, incuriosendolo e facendogli scoprire il mondo delle arti marziali. Da quel momento Marco è entrato a far parte della nostra famiglia sportiva e tutti i tecnici dell’Accademia hanno contribuito, ognuno a modo proprio, al suo percorso.
Oggi quella sfida si è trasformata nella prima medaglia lucana nella Para-Kickboxing alla Coppa del Mondo.
Un risultato che non appartiene solo a Marco.
Appartiene alla Basilicata.
Appartiene ai tecnici che ogni giorno lavorano sul territorio.
Appartiene a chi ha creduto in uno sport inclusivo.
Sarà sicuramente motivo di orgoglio anche per Biagio Tralli, presidente regionale del settore, e per Serena Lamastra, consigliere federale, da sempre impegnata all’interno della nostra associazione nelle tematiche sociali, nelle pari opportunità e nella promozione dell’inclusività nello sport.

Ma questa medaglia è anche qualcosa di più.
È una risposta.
Una risposta a quei vecchi preconcetti che per anni hanno deformato l’immagine degli sport da combattimento, dimenticando che alla base di tutto ci sono rispetto, educazione e crescita personale.
Con questa medaglia, forse, abbiamo dato anche una piccola ma sonora scossa a quei modi di pensare.
Perché lo sport vero è quello che apre le porte, non quello che le chiude.
E poi c’è un’altra verità.
Questa vittoria non è solo di Marco.
È di tutti i suoi compagni di squadra.
Di chi ogni giorno si allena con lui.
Di chi scambia colpi, consigli, fatica e sorrisi sul tatami.
Di chi si mette a disposizione dell’altro per crescere insieme.
Un team è questo.
Dal primo all’ultimo allenamento.
Dal primo all’ultimo compagno.
Durante un allenamento lo abbiamo detto chiaramente:
Marco ha conquistato questa medaglia, ma ha realizzato il sogno di tutti noi.
Perché una squadra vera funziona così: ognuno cresce grazie agli altri.
E questa pagina di storia, per la Basilicata e per la Para-Kickboxing, porta una firma chiara.
Marco Rafaniello
Accademia delle Arti Marziali e Sport da Combattimento – Potenza.
Ma questa medaglia racconta anche qualcosa di più grande.
La kickboxing, attraverso la federazione internazionale World Association of Kickboxing Organizations, ha ottenuto negli ultimi anni il riconoscimento all’interno del movimento olimpico. È un passaggio storico che apre una prospettiva nuova per tutto il nostro sport.
L’inclusione della Para-Kickboxing rappresenta oggi un ulteriore passo avanti: significa che questo percorso può diventare davvero completo, capace di guardare non solo al futuro olimpico della disciplina, ma anche a quello paralimpico.
Ed è proprio qui che la medaglia di Marco assume un valore ancora più grande. Perché non è soltanto una vittoria personale o di squadra: è una piccola tessera dentro una storia molto più ampia, quella di uno sport che cresce, si evolve e diventa sempre più aperto, inclusivo e universale.
Se un giorno la kickboxing arriverà davvero alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi, sarà anche grazie a storie come quella di Marco.
Una medaglia che non racconta solo una vittoria.
Racconta una lezione.
E forse la più importante di tutte:
a volte pensiamo di insegnare agli altri a combattere.
Poi arrivano persone come Marco.
E capiamo che sono loro a insegnare a noi come vivere davvero la battaglia più importante: quella contro i nostri limiti.

