Cracovia.
Anno 2000.

La Polonia non era ancora in euro.
Era ancora złoty.
Era ancora transizione.
Era ancora cicatrici post-sovietiche che nessuno aveva voglia di chiamare guarigione.

Aleksander Kwaśniewski era presidente.
L’Europa non era una certezza. Era una promessa scritta a matita.
Un’ipotesi.
Come noi.

Palestre fredde.
Strade dure.
Mani spaccate e poche parole.
Nessuna narrativa motivazionale.
Nessun piano B.
Solo possibilità.
E la possibilità, quando non hai alternative, pesa come un debito.

Ieri Eschilo mi ha mandato delle foto. Dei ricordi indelebili. Di una storia lunga, scritta con lividi e sudore.

Arti Marziali e Sport da Combattimento - Il lavoro non mente 1

Quando le scattò, ricordo (perché Eschilo é sempre stato umile e perfezionista), che mi disse che una, la mia preferita, era ed è leggermente sovraesposta.
Credo che tecnicamente sia perché c’è troppa luce.
La luce che dovrebbe chiarire, invece cancella.
I contorni si perdono.
Mi riconosci appena.

E va bene così.

Perché esporsi non è mai stato un vezzo estetico.
Esporsi è una scelta.
Fa parte del gioco.
Esporsi significa accettare che la luce ti attraversi,
che ti bruci,
che ti renda imperfetto agli occhi di chi guarda senza capire.

Questa foto mi ha colpito.
Non per l’oro.
Non per il risultato.
Mi ha colpito perché mi ha fatto sentire gratitudine.

La gratitudine che arriva solo quando realizzi una cosa semplice e violenta:
sei sopravvissuto a te stesso.

Alle tue versioni peggiori.
Alle scorciatoie non prese.
Alle tentazioni di diventare come quelli che parlano.

Negli anni ho sentito parlare molta gente.

Gente che non ha mai combattuto.
Gente che non è mai stata un vero atleta.
Gente che non ha mai cresciuto davvero nessuno.

Li ho sentiti apostrofare.
Giudicare.
Competere sul terreno più economico di tutti:
il linguaggio dispregiativo.

Parole usate come scudi.
Critiche usate come alibi.
Opinioni al posto del lavoro.
Nell’imbarazzante ossessione di nascondere la frustrazione.

Arti Marziali e Sport da Combattimento - Il lavoro non mente 4

Io, invece, avevo e ho altro.

Avevo e ho passione.

Non strategia.
Non branding.
Non ego travestito da competenza.

Passione.
Quella che non fa rumore.
Quella che mi portava in palestra quando nessuno guardava, quando i social non c’erano, quando i blog non esistevano e le testate giornalistiche ti facevano un solo articolo se vincevi l’oro ai Mondiali.

In questa foto quasi non ci sono.
Sono luce.
Sono riflesso.
Sono margine.
Sono una versione di me che non esiste più.

Ma quella passione oggi è viva come allora.
Non è diventata più brillante.
È diventata più profonda.

Ha radici più profonde,
perché hanno attraversato fallimenti, dubbi, silenzi.
Ha rami più vecchi,
perché il tempo non li ha spezzati. Li ha induriti.

Il resto —
le medaglie,
i titoli,
i risultati miei e dei NOSTRI atleti —
non è mai stato l’obiettivo.

È stata solo la naturale conseguenza
di un buon lavoro fatto nel tempo,
senza scorciatoie,
insieme alle persone giuste.

La luce può ingannare.
Le immagini possono mentire.
I racconti possono essere manipolati.

Il lavoro no.

Il lavoro resta.
E presenta sempre il conto.

Grato.
Presente.
Ancora affamato.

Arti Marziali e Sport da Combattimento - Il lavoro non mente 5
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