La fine dell’anno non arriva mai in silenzio.
Arriva come un pugno sul tavolo a mezzanotte, quando pensavi che fosse finita e invece no: c’è ancora qualcosa da dire.
Quest’anno è stato così.
Un anno che non si è limitato a passare, ma ha spostato mobili, buttato giù pareti, cambiato le stanze dentro cui ci muoviamo — e anche le persone che siamo diventati dentro quelle stanze.
Siamo usciti da una stagione sportiva brillante e siamo entrati in un inizio ancora più strepitoso, senza neanche avere il tempo di guardarci indietro. Convocazioni nazionali. Podi internazionali. Gare prestigiose delle maggiori sigle. Quelle che contano davvero, perché quando sali lì sopra non rappresenti solo te stesso, ma tutto il percorso che ti ha portato fin lì.

E non è vero che siamo mai stati “quelli che ci provano”.
Noi siamo una squadra.
Una grande squadra.
Queste cose non succedono per caso. Succedono quando persone diverse decidono di remare dalla stessa parte, anche quando il mare è mosso, anche quando non si vede la riva. Quando il risultato smette di essere l’unico obiettivo e diventa una conseguenza.
Quest’anno atleti del nostro team hanno vestito la maglia azzurra portando addosso ore di allenamento, sacrifici invisibili, silenzi lunghi.
Atleti che hanno calcato tatami, ring e gabbie nel Jiu Jitsu Brasiliano, nella Kickboxing, nell’MMA.
Sotto le luci forti, sotto le rinunce forti, quando non puoi più fingere niente.
E ogni volta, dietro a quel gesto, c’era una comunità intera che respirava insieme.
In parallelo, mentre qualcuno combatteva, qualcun altro costruiva.
Abbiamo accettato la sfida di creare uno spazio nostro. Due sale. Un posto dedicato solo alle arti marziali e agli sport del combattimento.
Un posto che oggi accoglie oltre 300 atleti.
Trecento persone che ogni giorno scelgono disciplina, fatica, rispetto.
E no, questo numero non è meno importante delle medaglie. Forse è persino più grande. Perché parla di continuità, di appartenenza, di identità.
Poi ci sono le persone.
Quelle che non salgono sul podio, ma tengono in piedi tutto.
Quelle senza le quali niente di tutto questo sarebbe possibile.
E sono la maggior parte.
Potrei continuare a parlare di risultati, numeri, traguardi.
Ma voglio fermarmi solo sugli ultimi successi.
Sull’ultima gara che abbiamo raccontato, sostenuto, vissuto insieme.
Sui tatami di Roma.
Voglio fermarmi su Zaira.
Ho visto una bambina diventata ragazza.
Ricordo quella bambina che tremava, che respirava a fatica quando veniva chiamata alle gare di kickboxing.
Quest’anno ho visto una ragazza diversa.
Il respiro calmo.
Lo sguardo dritto.
Impettita.
Le treccine nei capelli.
In quel momento non sapevo se avrebbe vinto o no.
Un allenatore non lo sa mai davvero.
Ma sapevo che avrebbe dato tutto.
E che lo avrebbe fatto bene.
Quell’oro non è solo una vittoria.
È la chiusura di una rivincita personale, costruita giorno dopo giorno.
Un cammino iniziato anni fa e che quest’anno Zaira ha scelto di prendersi fino in fondo.
Noi siamo solo orgogliosi.
Orgogliosi e profondamente grati di esserle stati accanto.
Perché questo è quello che facciamo.
Persone prima delle medaglie e dei trofei.
Buon anno.
A chi c’è stato.
A chi c’è.
A chi verrà.

Gli anni passano e le promesse vengono mantenute . Complimenti per quello che dai