Atene sembra non dormire mai.
Forse non lo ha mai fatto davvero.
È una città che resta sveglia perché ha imparato presto che abbassare la guardia non è un’opzione.
È dalle elementari che la immagino così: un nome che tornava sempre nei libri, sempre al centro dei combattimenti, delle sfide che decidono chi resta e chi no.
Atene non spiega.
Atene mette alla prova.
Atene lo sa da sempre: l’Iliade insegna come si combatte, l’Odissea come si resiste — noi abbiamo fatto entrambe le cose.
Il tempo è avanti di un’ora, come se gli dei dell’Olimpo avessero deciso di giocare d’anticipo.
Quando in Italia è ancora il primo giorno, quello dell’Open, lì è già domani.
E questo domani ha un odore preciso: sudore, attesa e tatami consumati.
Ha il peso delle medaglie, quello che senti prima nelle mani e poi nello stomaco.
La buonanotte arriva da Atene quando il giorno è stanco ma non ha nessuna voglia di finire.
È stata una giornata buona, la prima.
Di quelle che restano addosso.
Noi lì, tra i primi, a farci spazio con il cuore, con i calci e con i pugni.
Sul podio salgono Davide, argento che brilla come una promessa mantenuta, e Gerardo, bronzo sudatissimo, duro, guadagnato fino all’ultimo respiro.
Dietro c’è tutto il resto.
Ore che non si vedono.
Silenzi.
Botte prese e botte restituite.
Sacrifici che, almeno ancora una volta, trovano un senso preciso.
Ma la città degli Dei non concede pause.
E la “la battaglia” continua.
Eos ha rimesso il giorno al suo posto, quando Ludovica entra e lascia il segno. Dopo la semifinale contro la greca, indossa un argento preziosissimo, in una finale tutta italiana.
Di quelle che non permettono scuse, perché dall’altra parte c’è qualcuno che è fatto della tua stessa materia.
Viola quel domani lo afferra senza esitazioni.
Un bronzo conquistato con onore e fatica, senza scorciatoie, con una esperienza di 5 match da mettere nel suo carro.
Una semifinale combattutissima, cedendo ai punti contro la pluricampionessa europea Doyle.
Sul tatami rimane una storia completa, pagata fino all’ultimo secondo.
Non c’è altro da aggiungere.
Simone combatte su due tatami. Anche per lui 5 i match internazionali che si aggiungono alla sua esperienza.
Nella sua categoria un colpo d’arresto lo colpisce duro.
Lo piega.
Ma non lo spezza.
Nella categoria di peso superiore cambia passo: una sequenza di successi netti lo porta fino alla finale,
dove cede soltanto a De Diego Gilarranz Sergio, campione di categoria.
Ci sono giorni in cui il valore non ha bisogno di coincidere con il risultato per essere evidente.
E il pensiero va a casa.
A ciò che parte da lì, si misura altrove e poi torna indietro, nella nostra città, diverso.
Più pesante.
Più vero.
Perché non sono solo medaglie.
Sono storie che si accumulano, una sopra l’altra, fino a diventare qualcosa che regge. Da sempre.
Penso al team.
A chi c’era.
A chi ha tenuto.
A chi ha fatto un passo indietro per permettere agli altri di farne uno avanti.
E penso anche a chi sta leggendo adesso.
Perché ogni risultato è una somma invisibile di fiducia, presenza, tempo condiviso.
Nicola e Alfredo non accompagnano.
Sorreggono.
Spingono.
Tengono in piedi quando serve.
Sono loro che firmano tutto questo.
Pochi uomini.
Una spedizione essenziale.
Eppure eccoci qui: sempre sul podio, tra i migliori d’Europa.
2737 partecipanti.
Essere davanti, in mezzo a tutto questo, significa una cosa sola:
nulla è stato lasciato al caso.
Orgoglioso di voi.
Davvero.
Arrivederci Atene.
Buon rientro squadra. 🥊🔥
