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Quel volo sul pianoforte…


Conosco Dario da una vita. Non è un modo di dire: eravamo lì, a metà degli anni ’90, quando ancora pensavamo che le leve articolari del Kung Fu Shaolin fossero la chiave segreta per vincere qualsiasi cosa. Tipo il cheat code di un videogioco.
Un piccolo dettaglio trascurabile, che avremmo scoperto negli anni successivi, è che non funzionavano. O meglio, funzionavano solo nella nostra testa, quella alimentata da quel sapere cieco, mistico, che ti fa credere che tutto quello che dice il maestro sia la verità assoluta. Quella roba tipo: “Se fai questa leva diventi invincibile” “Quello che dico io è LA VERITÀ!”. E tu ci credi? Ci credi! Come milioni di altre persone che ancora oggi credono ad un diplomino, a una cintura e si fanno fare schede e programmi da gente che ha fatto il corso “Diventa Personal/Allenatore o Coach in poche ore – Sconto lancio 149 euro”.

È pieno di super-esperti che si autoproclamano tali perché dicono (e pensano) di aver fatto… hanno visto tre tutorial e una riescono a fare le flessioni senza appoggiare le ginocchia (…beati loro, io neanche ci riesco più!).
E dall’altra parte ci sono quelli che li seguono, perché non sanno di non sapere. Una combo esplosiva. Un po’ come imparare chirurgia guardando Grey’s Anatomy.
Con le arti marziali poi… è un terreno perfetto: mistero, riti, gradi, segreti millenari. Fa comodo a tutti crederci. Diciamocelo. Per farti certe domande devi saper sopportare le risposte!

Noi però, ai tempi, eravamo più affezionati alla Kickboxing Cinese, il Sanda, dove almeno potevi colpire, lanciare, portare a terra. Ci sembrava roba vera, “figa”, che potevi mettere in gioco.

Poi, negli anni 2000, arriva la rivoluzione.
Il Brazilian Jiu Jitsu entra a gamba tesa – letteralmente – nella scena mondiale grazie al vale tudo e ai primi UFC. Gente più piccola che batte gente più grossa, tecnica che batte forza, leve che battono pugni. Una rivoluzione copernicana delle arti marziali. È come se qualcuno avesse spento la luce nella stanza e poi l’avesse riaccesa mostrando che tutto quello che pensavi di sapere… era sbagliato.
Le arti marziali non sarebbero più state le stesse.

Il mio inizio vero arriva quando Dario torna da Londra.
Per chi non lo sapesse – e la maggior parte non lo sa – ci ritroviamo su una barca sul Tevere. Sì, una barca vera. Quelle che galleggiano. Montiamo il tatami sul pavimento come se fosse la cosa più normale del mondo e, nel giro di qualche minuto, io volo letteralmente su un pianoforte.
Un pianoforte.
E quel suono – quell’accordo che parte da solo, tipo scena di film drammatico – diventa la colonna sonora di tutto quello che verrà dopo.

È lì che inizia la mia storia nel BJJ.
Una storia fatta di cadute, prese, leva su leva, sveglie all’alba, panini freddi sui treni e chilometri su chilometri di viaggio.
Divento una delle sue prime cinture nere. Non perché lo volessi davvero. Per la verità non volevo nemmeno insegnare quest’arte, né gareggiare.
La mia idea era: imparo e basta, senza dare fastidio a nessuno.

Poi, l’anno dopo, eccomi in gara.
E apro un gruppo tutto mio, pagando la palestra, i tatami, i kimono… tutto. Solo per avere un posto dove allenarmi e mettere alla prova quello che stavo imparando.
Ore di lezioni private, trasferte infinite, sudore, ossa scricchiolate, e una voglia matta di capire sempre di più.
Il resto è storia: un pezzo alla volta, senza scorciatoie.

Oggi, dopo tutto questo tempo, Dario torna periodicamente nella sede del team Budo Clan, e ogni volta è un po’ come riaprire quel vecchio libro che ha cambiato la tua vita, con tecniche e metodologie sempre più aggiornate.
Questo weekend è stato sul “ginocchio incrociato” da sopra e da sotto.
Noi siamo orgogliosi di aver portato questa disciplina nella nostra città e nella nostra regione, di averla vista crescere dalle prime briciole fino a diventare una realtà concreta, viva, piena di persone che credono nella tecnica, nel lavoro, nella verità del tatami.

E quando vedo quello che il BJJ è diventato qui, e anche piccole nuove realtà che stanno nascendo in zona, mi torna in mente quel volo sul pianoforte.
Forse, in fondo, era davvero il primo accordo di una storia destinata a durare.

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