Ho appena finito di vedere la cerimonia di apertura dei Campionati del Mondo WAKO ad Abu Dhabi.
Luci, bandiere, musica, un tripudio di colori che sembrano usciti da un videogioco quando sblocchi il livello finale, solo che stavolta lì dentro c’è Simone. E mentre scorrevano le inquadrature mi sono ritrovato a pensare a quel bambino di cinque-sei anni che un giorno entrò in palestra con la sua maglietta troppo grande e l’espressione di chi non sa ancora che un giorno lo manderemo dall’altra parte del mondo a combattere per i colori dell’Italia. Se glielo avessi detto allora, “Oh, guarda che un giorno andiamo ai Mondiali”, sarebbe stata la cosa più tirata del secolo.
E invece eccoci qui: non per magia, non per miracolo, ma per quella specie di ostinazione gentile che abbiamo avuto entrambi nel continuare a lavorare, allenarci, crescere, costruire. Questo è già il suo secondo Mondiale. Per lui, per me, per tutti: un viaggio iniziato senza proclami, solo con la volontà di farlo bene. E mentre Simone si prepara a salire sul tatami, mi torna alla mente che appena venerdì scorso, poche ore prima della sua partenza, c’è stata una di quelle giornate che ti fanno prendere fiato, guardarti intorno e pensare: “Dio santo…quanto tempo…”!
Nella sede dell’AMARO LUCANO, quello che mi faceva bere mio Nonno Leonardo, quando avevo soli 10 anni, Serena ha ricevuto la Stella al Merito Sportivo. E raccontarla è come sfogliare una trilogia fantasy di quelle lunghe, con mille capitoli e nessuna pagina sprecata. Trent’anni fa ha iniziato con me, senza mai abbandonare. Ogni volta che il destino provava a farle lo sgambetto, lei rimetteva tutto nella borsa — kimono, guantoni, sogni, qualche acciacco — e tornava ad allenarsi. Atleta fortissima, Nazionale, America, gare internazionali: già lì era un emblema. Poi è diventata insegnante, formatrice, direttrice, e quella stella non premia solo la sua carriera, ma anche la capacità di far crescere un posto come la nostra Accademia, che è fucina di campioni ma soprattutto di persone che trovano un angolo di mondo in cui sentirsi a casa.
E lo stesso giorno c’era Bartolo. Parlare di Bartolo è un po’ come descrivere un temporale che però ha deciso di essere amico tuo: imprevedibile, devastante, ma ti fa ridere anche quando ti tira l’acqua nelle scarpe. La sua di stella al merito Tecnico è la sintesi di una vita tra Wushu, Sandà, Kickboxing, MMA, Jiu-Jitsu Brasiliano, Tai Chi, Qigong, Wing Chun… praticamente un’enciclopedia vivente delle arti marziali con l’aggiunta di quella sua capacità di passare dal guru zen del settore giovanile — che ti guarda negli occhi e ti dice “Tranquillo, puoi farlo” — alla versione caotica, quella che ti trascina in situazioni assurde che diventano materiale per ridere per anni. Con Bartolo lavorare significa risolvere problemi che non avresti se lui non esistesse, ma che proprio per questo rendono più bella tutta la storia che stiamo scrivendo insieme.
In quella stessa giornata è stato premiato anche Gabriele. E qui la cosa si fa personale. Gabriele è uno di quelli che devi conoscere bene, perché vive in un’orbita tutta sua, a metà tra il devoto alla disciplina e l’anarchico cosmico. Io, che non mi faccio incantare da chi dice “Voglio imparare e diventare insegnante”, su di lui ho dovuto ricredermi. Più di dieci anni di studio, sacrifici, viaggi, investimenti, competizioni vinte in ogni cintura, fino alla nera. La sua meticolosità — che a volte sui social sfocia in un mistero della fede — la sua costanza, e l’amore per i suoi ragazzi sono cose che mi hanno colpito più e più volte. Non credevo sarebbe riuscito a creare un gruppo così armonico, così partecipativo, così legato. E invece eccoci qui, ancora una volta spiazzato da lui.
E poi c’era anche Biagio Tralli, che con i suoi ragazzi ha portato una fucina di campioni. E lì ti rendi conto di quanto sia potente la rete che stiamo costruendo tra Potenza e Matera: due capoluoghi, un’unica squadra, una regione. Uno per tutti, tutti per uno, ma senza mantelli ridicoli addosso. Solo guantoni, tatami, sudore, risate e tanta voglia di far crescere questo movimento.
Mentre guardavo la cerimonia di Abu Dhabi e pensavo a Simone, a Serena, a Bartolo, a Gabriele, a Biagio, mi è venuto un pensiero che sembrava un filo tirato da un capo all’altro di tutte queste storie: non è mai un viaggio da soli.
È sempre una comunità.
È sempre una tribù.
È sempre un gruppo di persone che cammina nella stessa direzione, chi magari con passo elegante e chi inciampando, ma sempre insieme. E oggi, mentre Simone si prepara a rappresentare l’Italia nel mondo, mi viene da dire solo una cosa: siamo una famiglia strana, rumorosa, piena di eventi assurdi e sorprese.
Ma è la nostra. E funziona. Sempre.

