Tutto inizia sempre così: troppo presto, troppo freddo, troppo buio per avere un’opinione lucida sulla vita.
La macchina taglia la nebbia che decide di dissolversi solo quando l’odore della Puglia inizia a farsi sentire.
Dentro l’auto c’è chi dorme come se fuggire dalla realtà per un paio d’ore o riposare ancora un po’, potesse cambiare le cose…e c’è chi invece tiene gli occhi spalancati perché ha quella sensazione allo stomaco… quella che non ha un nome, ma ti fa sentire come un bicchiere pieno fino all’orlo, pronto a traboccare al primo urto.
Arriviamo.
Il cielo è grigio. Un colore che non promette niente a nessuno.
La giornata comincia con un momento d’onore: la premiazione degli atleti della Nazionale Italiana di Puglia e Basilicata.
Tre di quei ragazzi portano il nostro stemma sotto pelle.
Non “atleti della mia palestra”.
Di più.
Schegge della nostra identità che hanno sfondato il muro e sono arrivati dove tutti lì dentro vorrebbero arrivare.
Ludovica. Viola. Simone.
Non serve dire altro.
Doppio oro per loro, ieri, indispensabile per le gare nazionali.
Poi inizia il vero spettacolo.
Quello che non finisce nei video motivazionali.
I primi sono i più piccoli. E il loro primo match non è contro un avversario.
È contro il proprio corpo che li tradisce, il cuore che picchia come un tamburo fuori ritmo, il respiro che graffia, le gambe che diventano acqua e tremano come se dovessero reggere il mondo da sole.
Quella sensazione che ti morde dietro la schiena e scende giù, liquida, fino alle caviglie.
Mattia apre la giornata come uno che non ha letto il copione e decide di riscriverlo.
Brayan gli segue il passo e si mette al collo l’oro.
Giovanni si porta a casa un bronzo che vale più di un oro perché lo ha preso guardando in faccia se stesso, non l’avversario.
Nella Kick Jitsu, Antonio sfiora una qualificazione che aveva tra le mani, poi la lascia cadere per un errore di testa. Succede.
La parte importante non è la caduta: è cosa ti resta addosso dopo.
E a lui è rimasto qualcosa di vivo, perché poi nella kickboxing tornerà a mordere.
Gerardo invece si guadagna l’occasione di farsi male bene: affrontare uno che non solo ha vinto i Nazionali di MMA, ma ha pure combattuto ai Mondiali IMMAF con la maglia azzurra.
Potevamo evitare?
Certo che no.
E proprio per questo l’abbiamo scelta.
Perché se non hai mai sofferto davanti a qualcuno migliore di te, non puoi chiamarti atleta.
Dopo 13 mesi di attività, portiamo questo graffio e questa esperì nello zaino.
Che vale più di mille carezze.
Davide si prende l’oro come se fosse un diritto naturale.
Simone mette il sigillo nella Kick Jitsu.
Nella parte “maledetta e amata” della giornata, quella dove la kickboxing incontra il tatami, dove i corpi parlano una lingua che i civili non capiscono.
Ludovica: oro nel Kick Light e oro nel Light Contact, prende ciò che è suo.
Simone Fabrizio,oro nel Kick Light e oro nella Kick Jitsu.
Due ori, zero dubbi.
Viola due ori che servono a spalancare la porta per le qualificazioni nazionali.
Poi il cerchio si stringe di nuovo.
Si torna ai match che puzzano di realtà.
Antonio rientra nella kickboxing come se avesse un debito da riscuotere e chiude quattro match fino al primo posto.
Davide accende la miccia e vola fino all’argento, dopo aver consumato più adrenalina di quanto sia legale.
Alessandro non perde tempo a fare calcoli: inanella la quarta vittoria consecutiva, oro, come se avesse qualcosa da dimostrare solo a se stesso.
Gerardo torna sul quadrato anche nella Kick Light, si porta a casa qualcosa che non si pesa al collo ma dentro.
Carmine passa le qualificazioni, poi si ferma alla porta delle semifinali — ma lo fa a pugni chiusi, non a mani abbassate.
Daniele non va avanti, ma non molla un singolo centimetro senza farlo pagare.
E poi c’è quello che nessuno racconta mai:
I coach.
Bartolo e Nicola, presenti mentre tutto gli altri seguono da casa.
Quelli che tutti vedono accanto agli atleti durante il match, e quelli che nessuno vede quando rimangono con i fantasmi degli errori, delle scelte e della responsabilità.
Allenare non è un mestiere.
È un danno irreversibile alla quiete mentale.
I genitori — non tifosi, non sponsor emotivi.
Sono quelli che stringono la mascella e ingoiano le unghie ad ogni scambio, facendo finta di respirare.
E poi Maria ed Elisa.
Perché la verità è questa: certe presenze non fanno rumore, ma cambiano l’atmosfera.
Non erano lì a decorare la scena.
Erano lì a renderla meno fredda, meno meccanica, meno disumana.
A ricordarci che non siamo solo corpi che si scontrano, ma persone che si scelgono.
I numeri?
Li aspettavi?
Bene, eccoli.
10 titoli regionali.
Ma non sono questi che contano.
La verità è che lo sport non migliora le persone — le smaschera.
E ieri abbiamo visto chi è chi, senza trucco, senza filtri, senza favole da social.
Alla fine della giornata, la macchina riparte.
Qualcuno dorme di nuovo, qualcuno no.
Perché una volta che hai guardato dentro lo specchio, chiudi gli occhi ma non dormi: rivivi.
E la verità è questa:
La competizione non serve a capire chi è il migliore.
Serve a vedere chi sopravvive a se stesso senza mentire.

